In occasione dell’Asian Film Festival di Roma, abbiamo avuto il piacere di incontrare il regista Lee Kang-kuk, autore dallo sguardo raffinato e profondamente introspettivo. I suoi film esplorano con sensibilità il confine sottile tra sogno e realtà, offrendo allo spettatore esperienze visive e narrative cariche di ambiguità e suggestione.
Durante questa intervista, il regista ci ha accompagnato nel suo universo creativo, condividendo riflessioni sul tempo, sulla percezione e sul ruolo del cinema come spazio di esperienza e trasformazione.
Nei suoi film la linea tra reale e immaginario sembra dissolversi. Crede che la realtà sia qualcosa di oggettivo o una costruzione che ognuno di noi reinventa continuamente?
Ho sempre nutrito un profondo interesse per il modo in cui sogno e realtà si influenzano reciprocamente. Poiché il presente è soltanto un istante, una volta trascorso viene trasformato attraverso la memoria. Con il passare del tempo, diventa talvolta difficile distinguere quale fosse la realtà autentica. Desidero racchiudere questa ambiguità nei miei film. Credo che guardare un film sia, in fondo, simile a sognare.
I suoi personaggi sembrano abitare spazi interiori più che luoghi fisici. Il cinema, per lei, è un mezzo per esplorare il mondo o per attraversare la coscienza?
Per me, realizzare e guardare film rappresenta anche un processo attraverso il quale, osservando la vita degli altri, verifico se la mia esistenza sia distante dalla loro oppure in armonia con essa. Lo considero un modo per fare esperienza del mondo e delle persone.
Il tempo nei suoi lavori appare sospeso, quasi circolare. È una scelta narrativa o una riflessione sulla percezione umana del tempo?
Il contenuto complessivo di questa domanda è simile alla prima risposta. A seconda della situazione, le scelte narrative e la percezione dei personaggi contribuiscono insieme alla costruzione della storia.
Le sue immagini spesso evocano più che spiegare. Pensa che il cinema debba comunicare un significato o generare un’esperienza?
Ritengo che il cinema sia un processo di creazione di sogni attraverso storie e immagini. Quando questi sogni si intrecciano, danno vita a esperienze significative che non potrebbero essere vissute individualmente.
Nei suoi film si percepisce una tensione tra controllo e perdita. Crede che l’arte nasca più dalla volontà o dall’abbandono?
Credo che ogni forma d’arte nasca da una mancanza. Sebbene in misura diversa, ogni individuo sperimenta carenze complesse e molteplici. Chi crea tende a percepirle in modo più acuto, riflettendoci profondamente e trasformandole, infine, in nutrimento per dare vita a qualcosa che racchiude la propria identità e unicità.
Don Chisciotte

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