Munedaiko a Roma: il taiko giapponese conquista i Giardini della Filarmonica, intervista in esclusiva per AMOR-K

Che cosa accade quando il tamburo oltrepassa il ritmo e si fa corpo, racconto e presenza scenica?

Domenica 21 giugno, ai Giardini della Filarmonica di Roma, la risposta è arrivata con l’esibizione dei Munedaiko, ensemble italo-giapponese dedito alla pratica e alla diffusione dell’arte del wadaiko, il tamburo tradizionale giapponese. Una performance che ha portato nella Capitale, per il terzo anno consecutivo, la forza del taiko attraverso un linguaggio potente e immediato, fatto di suono, movimento, disciplina e intensità.

Dietro il nome Munedaiko ci sono i fratelli Yahiro: Mugen, Naomitsu e Tokinari, tre percorsi diversi riuniti intorno alla stessa ricerca artistica. Il gruppo nasce con l’intento di valorizzare il taikonon solo come strumento musicale, ma come pratica capace di unire tecnica, concentrazione, energia fisica e crescita interiore.

Mugen Yahiro, fondatore del progetto, pratica taiko fin dall’adolescenza e ha approfondito il proprio percorso anche in Giappone, entrando in contatto con esperienze artistiche e performative legate alla tradizione. La sua ricerca attraversa musica, teatro e discipline corporee, con un’attenzione particolare alla dimensione spirituale e formativa del taiko.

Accanto a lui c’è Naomitsu Yahiro, il cui profilo unisce la pratica del wadaiko a un’importante esperienza nelle arti marziali tradizionali. La sua presenza scenica porta nel gruppo una componente fisica evidente fatta di forza, controllo del movimento, radicamento e precisione.Durante le esibizioni. Naomitsu offre agli spettatori saggi della raffinata arte giapponese della spada canalizzando l’energia del taiko in una forma visiva di grande intensità.

Completa il trio Tokinari Yahiro, artista con una formazione nelle arti visive e un percorso musicale che comprende anche strumenti a fiato giapponesi come shakuhachi (flauto di bambù, suonato frontalmente, associato alla musica zen e alla contemplazione). e shinobue (flauto traverso di bambù, usato spesso nei matsuri, e nel teatro tradizionale). La sua esperienza contribuisce ad ampliare il linguaggio dei Munedaiko, inserendo nella performance una sensibilità che va oltre la sola percussione.

Il risultato è uno spettacolo che supera la dimensione performativa esclusivamente visiva: il “loro” taiko trascende il mero accompagnamento ritmico per diventare una forma espressiva totale, in cui suono, gesto, corpo e presenza scenica si fondono. Ogni colpo richiede coordinazione, resistenza, concentrazione; ogni gesto anticipa il suono e lo rende visibile. Il pubblico viene coinvolto da una tensione continua, in cui il silenzio conta quanto l’esplosione del suono.

La cornice dei Giardini della Filarmonica ha amplificato l’impatto dell’esibizione. In uno spazio all’aperto, nel cuore culturale di Roma, il suono dei taiko ha trovato una dimensione particolarmente suggestiva, diretta, fisica, quasi rituale. Non una semplice dimostrazione di virtuosismo, piuttosto un’esperienza immersiva totale capace di creare attenzione e partecipazione.

I Munedaiko sono oggi una delle realtà più riconoscibili in Italia nella diffusione del wadaiko. La loro attività comprende concerti, spettacoli, collaborazioni artistiche e percorsi formativi, con l’obiettivo di far conoscere al pubblico europeo una tradizione che affonda le radici nella cultura giapponese seppur parlando un linguaggio universale. Ed è forse proprio questa la ragione della loro forza: il taiko non chiede di essere spiegato prima di essere compreso, arriva attraverso il corpo, il ritmo, la vibrazione. Colpisce perché è allo stesso tempo antico e contemporaneo, istintivo e immediato.

Domenica 21 giugno i Munedaiko ci hanno ricordato che la musica può ancora essere un’esperienza collettiva, capace di fermare lo sguardo e accendere l’ascolto, fino a trasformarsi in memoria viva, emozione e respiro comune.

Un battito alla volta, il Giappone ha risuonato nel cuore di Roma.