Era il 1987 quando L’ultimo imperatore arrivò nelle sale italiane, spalancando davanti agli spettatori le porte di un mondo che, fino ad allora, sembrava lontanissimo. Ricordo ancora quella fila davanti al cinema. L’attesa, la curiosità, quella sensazione di stare per entrare in un luogo sconosciuto. Non potevo immaginare che, una volta spente le luci della sala, qualcosa sarebbe rimasto con me per tutta la vita.
Sullo schermo apparvero le mura rosse della Città Proibita, i tetti dorati che brillavano alla luce del sole, gli immensi cortili avvolti dal silenzio e la storia malinconica di un bambino di appena due anni destinato a diventare l’ultimo imperatore della Cina.
Fu in quel momento che nacque qualcosa dentro di me.
Non era soltanto il desiderio di conoscere un Paese lontano. Era la voglia di comprenderne l’anima, di attraversarne i luoghi, di ascoltarne le storie, di perdermi tra tradizioni millenarie e paesaggi capaci di raccontare il tempo meglio di qualsiasi libro. Oggi, quella stessa passione, desidero condividerla con voi e per farlo non potevo che tornare idealmente là, dove tutto ebbe inizio, perché Pechino non è una città che si visita soltanto. È una città che si attraversa con gli occhi, con il cuore e con l’immaginazione e che appartiene contemporaneamente a due mondi. Da una parte c’è la capitale moderna, immensa e pulsante, attraversata da metropolitane efficientissime, grattacieli di vetro, quartieri creativi, insegne luminose e una tecnologia che accompagna ogni gesto della vita quotidiana. Dall’altra c’è una città molto più antica, che continua a respirare dietro mura secolari, tra templi, giardini imperiali e vicoli nei quali il tempo sembra essersi fermato.
E il bello è che queste due anime non si combattono : Camminano insieme.
Basta attraversare una porta monumentale e il rumore della metropoli sembra dissolversi. Improvvisamente ci si ritrova nella Pechino degli imperatori, quella che per secoli fu il centro del più grande impero dell’Asia.
La storia di questa città affonda le proprie radici in migliaia di anni fa, ma è con le grandi dinastie Yuan, Ming e Qing che prende forma la capitale che oggi possiamo ancora riconoscere. Nulla venne lasciato al caso. Palazzi, porte, templi e piazze furono disposti lungo un immenso asse che attraversa la città da nord a sud, seguendo una concezione dell’universo nella quale ogni edificio doveva riflettere l’armonia tra il Cielo e la Terra.
Ed è impossibile non lasciarsi catturare dalla Città Proibita.
Per oltre cinque secoli fu il cuore dell’Impero cinese. Qui vissero ventiquattro imperatori, qui si decidevano le sorti della nazione, qui si celebravano rituali che pochi privilegiati avevano il diritto di vedere.
Oggi quelle porte non sono più proibite.
Camminare tra i suoi cortili significa entrare in un luogo che continua a conservare una bellezza quasi irreale. Le mura rosso vermiglio sembrano custodire ancora antichi segreti, i tetti ricoperti di tegole giallo oro riflettono la luce con la stessa eleganza di secoli fa e i draghi scolpiti sulle balaustre sembrano vegliare silenziosamente sui visitatori. Alle spalle della Città Proibita si alza la collina di Jingshan. Quando si raggiunge la cima, la vista lascia senza parole. Davanti agli occhi si apre un mare di tetti dorati perfettamente allineati e, solo da lassù, si comprende davvero quanto immensa fosse la città costruita per gli imperatori.
Ma la vera sorpresa di Pechino arriva quando si abbandonano i grandi viali perchè ci si perde negli hutong, gli antichi vicoli della capitale : Le biciclette scorrono lentamente accanto alle case tradizionali con il cortile interno, le piccole botteghe espongono il proprio lavoro, gli anziani si siedono fuori dalle abitazioni a conversare, qualcuno gioca a carte, qualcun altro sorseggia il tè osservando la vita che passa. È una Pechino più intima, più umana. Qui che ci si sente meno turisti e più viaggiatori e quasi senza accorgersene, il rosso intenso dei palazzi imperiali lascia spazio al blu profondo del Tempio del Cielo, uno dei luoghi più poetici della città. Qui gli imperatori si recavano per pregare affinché il Cielo concedesse raccolti abbondanti. Ogni dettaglio architettonico possiede un significato simbolico: il cerchio richiama il cielo, il quadrato rappresenta la terra e ogni proporzione racconta una filosofia che vedeva l’uomo come parte di un equilibrio più grande.
Ma il Tempio del Cielo non è soltanto un luogo storico, è uno dei posti migliori per osservare la vita di Pechino.
Al mattino il grande parco si riempie di persone. C’è chi pratica tai chi con movimenti lenti ed eleganti, chi danza, chi canta, chi passeggia stringendo tra le mani un ventaglio e chi si ferma semplicemente a chiacchierare ed è qui che la città si rivela davvero, non attraverso i monumenti, ma attraverso i suoi abitanti.
Poco più lontano ci aspetta un altro luogo capace di rallentare il tempo: il Palazzo d’Estate.
L’acqua del lago Kunming riflette pagode, ponti e padiglioni immersi nel verde. Camminare lungo il celebre Corridoio Lungo, decorato con migliaia di dipinti, regala la sensazione di attraversare un paesaggio dipinto a mano, mentre il vento increspa l’acqua e le montagne sembrano avvicinarsi lentamente. Lasciando lentamente la città, vi è un luogo che nessun viaggio nella capitale può davvero tralasciare : Le strade iniziano a salire, le montagne si fanno sempre più vicine e, all’improvviso, compare all’orizzonte una linea che sembra seguire il respiro della terra ed eccola : Sua maestà la Grande Muraglia Cinese.
Sua maesta’ la Grande Muraglia Cinese
La prima volta che la si vede è difficile trovare le parole, essa non appare come un semplice monumento. Sembra una creatura antica che si arrampica sulle montagne, scompare dietro una cresta e ricompare più lontano, seguendo il profilo della natura come se fosse sempre esistita. Da oltre duemila anni continua a raccontare la stessa storia.
La sua origine risale ai tempi in cui la Cina era divisa in diversi regni. Esistevano già fortificazioni costruite per difendere i confini, ma fu il primo imperatore della Cina unificata, Qin Shi Huang, intorno al 220 a.C., a collegare molte di quelle difese in un sistema destinato a proteggere l’impero dalle incursioni provenienti dal nord. Dinastia dopo dinastia venne ampliata, ricostruita, rinforzata e trasformata fino ad assumere, soprattutto durante l’epoca Ming, quell’aspetto monumentale che oggi possiamo ammirare. Le sue fondamenta affondano nella pietra, i suoi mattoni raccontano il lavoro di intere generazioni e la cosa più sorprendente non è soltanto la sua lunghezza, ma immaginare come sia stata costruita. Pietre enormi, mattoni, legname e calce dovevano raggiungere creste ripidissime. Dove il terreno lo permetteva si usavano carri; altrove intervenivano muli e cavalli; spesso, però, era soltanto la forza dell’uomo a trasportare ogni singolo materiale fino alle montagne.
Guardando una torre arroccata su una vetta viene spontaneo chiedersi non chi l’abbia costruita, ma come ogni pietra sia riuscita ad arrivare fin lassù. È una domanda che continua ad accompagnare chiunque percorra quei gradini, perché la Grande Muraglia non è fatta soltanto di pietra. È fatta di fatica, di vento, di attese, lo si immagina piena di sentinelle che osservavano l’orizzonte, di uomini che trascorrevano inverni gelidi e estati roventi sorvegliando una frontiera infinita. E dopo secoli di guerre, cambiamenti dinastici, rivoluzioni e tempeste, è ancora lì a riempirci di meraviglia e gioia nel vederla, ad immergerci ancora una volta nella storia.
Alcuni tratti della Grande Muraglia sono stati restaurati e conservano ancora l’imponenza delle fortificazioni che un tempo proteggevano l’Impero, mentre altri sono rimasti più selvaggi, segnati dal vento, dalla pioggia e dal trascorrere dei secoli. In alcuni punti la vegetazione si insinua tra le pietre, quasi volesse lentamente riprendersi ciò che l’uomo aveva strappato alla montagna, e la Muraglia sembra confondersi con il paesaggio fino a diventare parte di esso. Si comincia a camminare, seguendo gradini che non hanno mai la stessa altezza, affrontando salite improvvise e raggiungendo una torre dopo l’altra. Il respiro rallenta, lo sguardo si allunga e, quasi senza accorgersene, tutto ciò che abbiamo letto prima di arrivare fin qui comincia a trasformarsi in qualcosa di reale. Le date, le dinastie, gli imperatori e i chilometri non sono più soltanto parole scritte nei libri: sono sotto i nostri piedi, nelle pietre consumate, nelle torri che dominano le vallate, nelle montagne che sembrano non avere fine. È allora che viene spontaneo fermarsi, appoggiare una mano sulla pietra e guardare lontano. Per un istante possiamo provare a immaginare questo stesso paesaggio centinaia di anni fa, quando da quelle torri le sentinelle scrutavano l’orizzonte alla ricerca di un movimento sospetto, quando il fumo e il fuoco permettevano di trasmettere segnali lungo la frontiera e uomini lontanissimi dalle proprie case trascorrevano giorni e notti quassù, affrontando il gelo dell’inverno, il caldo dell’estate e soprattutto quel vento che ancora oggi continua a correre libero tra le montagne.
E mentre camminiamo, quasi ci sembra di poterli sentire.
Il passo di un soldato sulla pietra, il richiamo di una sentinella da una torre all’altra, il rumore degli uomini impegnati a trasportare materiali lungo pendii che ancora oggi sembrano impossibili da raggiungere. È sufficiente guardare una torre costruita sulla cima di una cresta per domandarsi come abbiano potuto portare fin lassù pietre, mattoni, legname e tutto ciò che serviva per costruirla. Ed è proprio in quel momento che la Muraglia smette di essere soltanto una delle meraviglie che abbiamo visto tante volte nelle fotografie e comincia a raccontarci la sua dimensione più umana, perché dietro ogni pietra ci sono mani che l’hanno sollevata, dietro ogni torre ci sono uomini che l’hanno costruita e sorvegliata, dietro ogni tratto di mura esistono storie che il tempo non ci ha consegnato. Non conosceremo mai i nomi di tutti coloro che sono passati da qui, ma camminando sulla Muraglia è impossibile non pensare alle loro vite, alla fatica, alla paura, alla speranza di tornare a casa e a quel confine sterminato che per loro non rappresentava un monumento, ma una realtà quotidiana.
Il rito dei momenti più emozionanti del viaggio : Ci si volta indietro e si vede la strada percorsa; poi si guarda davanti e la Muraglia continua ancora, perdendosi nell’orizzonte. Per qualche istante non importa più sapere quanti chilometri misuri o quale imperatore abbia ordinato la costruzione di quel particolare tratto. Rimangono soltanto le montagne, il cielo, la pietra e il rumore del vento.
E in quel silenzio sembra quasi che duemila anni di storia tornino a respirare.
La Grande Muraglia era nata per proteggere, controllare e delimitare una frontiera, per separare ciò che apparteneva all’Impero da ciò che si trovava oltre quelle montagne. Eppure oggi accade qualcosa di straordinariamente diverso: su quelle stesse pietre camminano persone provenienti da ogni angolo del mondo, parlano lingue differenti, hanno culture e storie diverse, ma per qualche momento guardano tutte lo stesso orizzonte.
Un luogo nato anche per dividere è diventato, attraverso i secoli, un luogo capace di unire.
Forse è questo che rende la Grande Muraglia così difficile da dimenticare. Non è soltanto la sua immensità e non è nemmeno il prodigio di essere riusciti a costruirla su montagne tanto impervie. È la sensazione di trovarsi davanti a qualcosa che ha visto passare uomini, imperatori, eserciti, dinastie e intere epoche e che, nonostante tutto, continua a essere lì.
Pechino e le montagne che la circondano ci ricordano così che il tempo non cancella necessariamente ciò che incontra. A volte lo consuma, altre volte lo trasforma, altre ancora lo ricopre di erba e silenzio, ma può lasciare abbastanza perché qualcuno, secoli dopo, possa fermarsi, posare una mano su una pietra e provare ancora a immaginare ciò che è stato.
Sulla Grande Muraglia quella memoria è ovunque. Corre tra le torri, segue le montagne, si nasconde tra le pietre consumate e continua verso l’orizzonte, bisogna soltanto fermarsi abbastanza a lungo per ascoltarla.
La Pechino moderna: una giornata perfetta nella capitale, dalla colazione alle luci della notte
Dopo il silenzio delle montagne e l’emozione della Grande Muraglia, torniamo verso Pechino e lasciamo che la città ci sorprenda ancora una volta. Perché sarebbe un errore pensare che il fascino della capitale cinese appartenga soltanto ai suoi imperatori, ai templi e alle antiche mura. Pechino sa essere profondamente contemporanea, giovane, elegante, creativa e, quando arriva la sera, anche incredibilmente vivace. Il cambiamento si percepisce quasi senza accorgersene. Le montagne scompaiono alle nostre spalle, le strade diventano più grandi, il traffico aumenta e all’orizzonte ricompaiono torri di vetro, architetture illuminate e insegne che trasformano completamente il paesaggio. È come rientrare nello stesso luogo attraversando però diversi secoli in poche ore.
Per incontrare questa Pechino bisogna dirigersi verso Sanlitun, nel distretto di Chaoyang. Qui dimentichiamo per qualche ora i palazzi imperiali e incontriamo una città cosmopolita fatta di moda, ristoranti, caffè, boutique, musica e locali. Il cuore è Taikoo Li Sanlitun, un grande spazio commerciale all’aperto diventato uno dei punti di riferimento della Pechino contemporanea, frequentato soprattutto da giovani, appassionati di moda e da una comunità internazionale che da tempo caratterizza questa parte della capitale. È piacevole arrivarci nel tardo pomeriggio, quando lo shopping comincia lentamente a lasciare spazio alla sera. Ci si ferma per un caffè, si curiosa tra le vetrine, si osservano i look dei ragazzi che passeggiano per il quartiere e, poco a poco, le terrazze cominciano a riempirsi e le luci dei locali si accendono.
È un’altra Cina.
Una Cina che sperimenta, segue le tendenze, ascolta musica internazionale e inventa nuovi linguaggi senza per questo dimenticare completamente ciò che è stata. Se abbiamo voglia di bere qualcosa e ascoltare musica possiamo esplorare la zona di Sanlitun e del Workers’ Stadium, dove si concentrano cocktail bar, pub e locali che rimangono aperti fino a tardi. C’è chi preferisce un drink tranquillo, chi cerca musica dal vivo e chi vuole continuare la notte ballando. Locali come Swing, Sanlitun Jazz Bar e Revolution rappresentano alcune delle possibilità della zona, mentre intorno allo stadio l’atmosfera diventa decisamente più notturna.
Ma Pechino non vive soltanto di club e cocktail.
Per una serata completamente diversa possiamo raggiungere Houhai, dove il volto moderno della città torna a mescolarsi con quello antico. Quando cala la sera, le luci dei locali si riflettono sull’acqua e passeggiare lungo il lago regala un’atmosfera molto più romantica e rilassata. Possiamo sederci, bere qualcosa, ascoltare musica e osservare una Pechino che sembra rallentare nuovamente.
E poi c’è l’arte.
Nel 798 Art District vecchi edifici industriali sono stati trasformati in gallerie, atelier, spazi espositivi, caffè e negozi di design. Qui possiamo trascorrere ore semplicemente camminando, passando da un’opera contemporanea a una vecchia struttura industriale, da una scultura monumentale a un piccolo caffè nascosto tra gli edifici. È uno dei luoghi che meglio raccontano quanto Pechino sappia reinventarsi senza cancellare ciò che esisteva prima.
E naturalmente non possiamo raccontare la Pechino moderna senza sederci a tavola, anche il cibo è un viaggio.
Pechino è una città nella quale si può mangiare continuamente, passando dai grandi ristoranti alle piccole cucine di quartiere. Possiamo assaggiare i jiaozi, i ravioli cinesi ripieni; gli zhajiangmian, noodles conditi con una densa salsa a base di pasta di soia fermentata e accompagnati da verdure; involtini, tofu, verdure saltate, piatti di melanzane, funghi, noodles e infinite preparazioni regionali arrivate nella capitale da ogni parte della Cina.
E per chi, come me, preferisce una cucina vegetariana, Pechino può diventare una scoperta ancora diversa: tofu, verdure, funghi, melanzane, noodles, ravioli e antiche preparazioni legate anche alla tradizione buddhista permettono di conoscere la cucina cinese andando molto oltre l’immagine che spesso ne abbiamo in Occidente.
La Pechino by night : Una strada illuminata da una lunga successione di lanterne rosse, ristoranti aperti fino a tardi, tavoli pieni, voci, vapori e profumi che arrivano dalle cucine. È Guijie, conosciuta anche come Ghost Street, una delle zone più celebri per mangiare la sera e proseguire fino a notte inoltrata. Qui non serve cercare il ristorante più elegante, basta lasciarsi guidare dalla curiosità: osservare i piatti che arrivano ai tavoli, seguire il profumo delle spezie e assaggiare qualcosa che non avevamo previsto. Perché conoscere davvero una città significa anche questo: mangiare dove mangia chi la vive e, quando arriva la sera, lasciarsi trascinare dal suo ritmo.
Ed è proprio osservando la gente che comprendiamo quanto la Pechino di oggi sia diversa dall’immagine solenne con cui avevamo iniziato il nostro viaggio. Vediamo giovani che escono insieme dopo il lavoro, ragazzi attentissimi alla moda, famiglie nei ristoranti, amici davanti a un hot pot, persone che ordinano e pagano quasi tuto attraverso il telefono, biciclette e scooter elettrici che attraversano la città e caffetterie contemporanee nascoste persino dentro vecchi hutong.
La cosa più affascinante è che nulla sembra davvero fuori posto.
Possiamo trascorrere la mattina davanti a un trono imperiale, il pomeriggio in una galleria d’arte contemporanea, cenare con una ricetta tramandata da generazioni e terminare la serata su un rooftop guardando lo skyline illuminato. Pechino non è una città sospesa nel proprio passato e non è nemmeno una metropoli che ha deciso di dimenticarlo. È una città capace di passare continuamente dall’uno all’altro, costringendoci ogni volta a cambiare sguardo.
La mattina ci aveva raccontato gli imperatori.
La Grande Muraglia ci aveva raccontato i secoli.
Adesso, tra musica, profumi, tavoli affollati e luci accese fino a tardi, Pechino finalmente ci racconta le persone che la vivono oggi.













