Ci sono fantasie che ogni fan di K-pop, almeno una volta, ha fatto. Incontrare il proprio bias. Scoprire che è esattamente come lo avevamo immaginato. Magari riuscire persino a entrare nel suo mondo.
My Bias, My Boss parte proprio da qui, da quel confine sottilissimo tra il sogno di una fan e la realtà, e costruisce una rom-com capace di parlare a chi conosce bene quella strana sensazione per cui una persona che non abbiamo mai incontrato può accompagnarci per anni attraverso canzoni, concerti, video e momenti importanti della nostra vita.
Il drama tvN, titolo originale 최애의 사원, è andato in onda in Corea dal 3 agosto all’8 settembre 2026 e si è concluso dopo 12 episodi. Protagonisti sono Kim Hye Jun nel ruolo di Nam Da Reum, Kang Hoon nei panni del CEO Kang Ha Gi e Cha Woo Min in quelli di Lee Chan. La serie è tratta da un webtoon e viene definita dalla stessa tvN come una office romance di crescita che comincia quando una giovane donna, nel tentativo di avvicinarsi al proprio “bias”, finisce per diventare una dipendente della sua azienda.
Quando il sogno di una fangirl diventa un lavoro vero
Nam Da Reum non è semplicemente una fan.
Da oltre dieci anni Lee Chan occupa un posto speciale nella sua vita. Ex idol del gruppo D.N.X e ormai personaggio affermato, Lee Chan è quel “bias” che per Da Reum ha rappresentato conforto, entusiasmo e probabilmente anche una piccola via di fuga nei momenti meno facili.
Così, quando la possibilità di entrare professionalmente nel suo mondo diventa reale, sembra quasi che l’universo abbia deciso di premiarla.
Ma naturalmente siamo in un K-drama.
E l’universo dei K-drama non concede mai un sogno senza complicarlo.
Perché nella vita professionale di Da Reum compare Kang Ha Gi, CEO di Apello: rigoroso, esigente, apparentemente difficile da avvicinare e soprattutto molto lontano dall’uomo ideale che lei ha costruito nella sua testa per anni.
Almeno all’inizio.
Ed è proprio da questo contrasto che nasce la parte più interessante di My Bias, My Boss.
Da una parte c’è l’uomo che Da Reum ha sempre sognato.
Dall’altra c’è l’uomo che lentamente comincia davvero a conoscere.
Bias contro boss: non è soltanto un triangolo amoroso
Sulla carta potrebbe sembrare il più classico dei triangoli romantici: una ragazza, due uomini bellissimi e la fatidica domanda su chi conquisterà il suo cuore.
Ma My Bias, My Boss racconta qualcosa di leggermente diverso.
Lee Chan rappresenta il desiderio idealizzato.
Kang Ha Gi rappresenta invece la relazione che nasce nella quotidianità.
Ed è una differenza enorme.
Quando seguiamo un artista per anni abbiamo la sensazione di conoscerlo. Sappiamo quali canzoni ama, ricordiamo le sue interviste, riconosciamo un sorriso, un gesto o persino un modo di parlare. Conosciamo tappe della sua carriera che magari persone della nostra stessa famiglia ignorerebbero.
Ma conosciamo ciò che ci viene mostrato.
È un rapporto emotivamente autentico dalla parte del fan, ma inevitabilmente costruito attraverso una distanza.
Da Reum deve quindi affrontare qualcosa che molte fan comprendono perfettamente: scoprire che il proprio bias è una persona reale significa accettare che possa essere diverso dall’immagine custodita per anni.
Ed è forse qui che il drama diventa più interessante della semplice rom-com che prometteva di essere.
Finalmente una fangirl che non viene trattata come una caricatura
Uno degli aspetti più piacevoli della serie è il modo in cui viene raccontato il fandom.
Da Reum è appassionata, entusiasta e in alcuni momenti inevitabilmente sopraffatta dall’avere Lee Chan così vicino, ma il suo amore da fan non viene utilizzato soltanto per renderla ridicola.
Essere fan fa parte della sua identità.
E soprattutto della sua storia.
Questo è importante perché ancora troppo spesso chi segue K-pop, drama, attori o idol viene rappresentato attraverso stereotipi: la fan ossessionata, quella infantile, quella incapace di distinguere fantasia e realtà.
Qui invece il fandom diventa un punto di partenza per parlare di crescita.
Puoi amare profondamente un artista senza pretendere di possederlo.
Puoi avere un bias per dieci anni e poi innamorarti di qualcun altro.
Puoi custodire intatto quello che quell’artista ha significato nella tua vita senza dover trasformare necessariamente quell’affetto in una relazione romantica.
E soprattutto puoi crescere senza rinnegare la ragazza che eri quando hai acceso per la prima volta un lightstick.
Kim Hye Jun rende Nam Da Reum molto più di “quella contesa da due uomini”
Il centro emotivo della serie resta Kim Hye Jun.
La sua Nam Da Reum riesce a essere buffa senza diventare una macchietta e romantica senza perdere completamente la propria identità.
Questo è fondamentale.
Perché in una storia costruita attorno a un bias e a un CEO sarebbe stato facilissimo far diventare la protagonista semplicemente il premio da conquistare.
Da Reum, invece, cambia.
Impara a distinguere quello che desiderava da quello che desidera adesso.
E cresce anche professionalmente.
Il percorso lavorativo non resta soltanto uno sfondo utile per permettere ai protagonisti di incontrarsi davanti alla macchinetta del caffè o durante improbabili riunioni notturne. Nel finale la sua carriera assume un peso concreto, fino alla possibilità di affrontare un incarico di sei mesi a Parigi, scelta che mette alla prova anche il rapporto sentimentale.
È un dettaglio che abbiamo apprezzato.
Perché l’amore non dovrebbe essere il punto in cui una protagonista smette di crescere.
Dovrebbe essere, semmai, qualcosa capace di accompagnarla mentre continua a farlo.
Kang Hoon e il fascino del CEO che perde completamente il controllo… dei sentimenti
Il CEO freddo nei K-drama non è certamente una novità.
Potremmo probabilmente riempire un’intera metropolitana di Seoul con tutti i CEO belli, ricchi, emotivamente complicati e apparentemente incapaci di sorridere che abbiamo incontrato negli anni.
Eppure Kang Hoon riesce a rendere Kang Ha Gi divertente proprio grazie alle sue contraddizioni.
Competente quando si tratta di lavoro.
Molto meno quando entrano in gioco i sentimenti.
Il personaggio funziona perché la sua trasformazione non consiste semplicemente nel diventare improvvisamente dolce.
Continua ad avere le proprie rigidità, le proprie insicurezze e quella difficoltà nel gestire emozioni che non possono essere organizzate in una riunione o inserite in una presentazione aziendale.
Ed è qui che nasce buona parte della chimica con Da Reum.
Lei aveva trascorso anni a guardare nella direzione di Lee Chan.
Ha Gi è l’uomo che lentamente riesce a farle girare lo sguardo.
Cha Woo Min: quando il second lead è letteralmente il tuo bias
Poi c’è Cha Woo Min.
E qui il drama gioca sporco.
Perché Lee Chan non è semplicemente un altro uomo interessato alla protagonista.
È il suo bias.
Quello che arriva con dieci anni di vantaggio emotivo.
Questo rende inevitabilmente più difficile prendere posizione, soprattutto perché Lee Chan deve compiere un percorso personale che va oltre il triangolo romantico.
Dietro la celebrity c’è un uomo che deve fare i conti con ciò che ha perso e con ciò che vuole ancora essere.
E il ritorno dei D.N.X acquista per questo un significato che va ben oltre il fanservice.
Nel finale il gruppo torna infatti insieme dopo dieci anni e Lee Chan ritrova il palco con gli altri membri, scegliendo nuovamente la musica.
È quasi una seconda storia d’amore.
Quella tra un artista e qualcosa che credeva di aver lasciato definitivamente nel passato.
Il vero tema di My Bias, My Boss è l’idealizzazione
Ed è probabilmente questa la ragione per cui My Bias, My Boss funziona particolarmente bene per chi ama il K-pop.
Perché sotto il romance racconta qualcosa che conosciamo.
L’idealizzazione.
Il bias può essere reale, ma l’immagine che costruiamo di lui appartiene inevitabilmente anche a noi.
La riempiamo delle nostre aspettative.
Le associamo ricordi.
A volte una canzone diventa inseparabile da un momento della nostra vita e improvvisamente anche chi la canta assume un’importanza emotiva enorme.
Non c’è nulla di sbagliato in questo finché ricordiamo una cosa semplicissima: dall’altra parte dello schermo esiste una persona.
Da Reum deve impararlo incontrando davvero Lee Chan.
E paradossalmente è proprio quando smette di guardarlo soltanto come il suo bias che riesce finalmente a vederlo davvero.
Il finale: il bias rimane nel cuore, ma la vita va avanti
Attenzione: da questo punto sono presenti spoiler sul finale di My Bias, My Boss.
La serie non sceglie un finale ambiguo.
Dopo incomprensioni, gelosie e difficoltà professionali, Da Reum e Kang Ha Gi comprendono quanto sia importante il loro rapporto. Lei parte per l’incarico professionale a Parigi e i due affrontano anche la distanza, senza trasformare l’amore in un ostacolo alla crescita personale.
Da Reum torna infine in Corea.
Lee Chan ritrova la musica e i D.N.X.
E Ha Gi sceglie Da Reum anche per il futuro, arrivando alla proposta di matrimonio.
È un finale forse prevedibile.
Ma in questo caso la prevedibilità non è necessariamente un difetto.
Perché il punto non era veramente scoprire chi avrebbe scelto.
Il punto era capire perché.
Lee Chan rappresenta un pezzo fondamentale della vita di Da Reum e continuerà ad esserlo.
Ma amare ciò che qualcuno ha rappresentato per noi non significa necessariamente voler costruire la nostra vita con quella persona.
Il bias appartiene a una parte preziosa della sua storia.
Ha Gi appartiene alla vita che Da Reum ha scelto di costruire.
Non rivoluziona le rom-com, ma sa perché le amiamo
My Bias, My Boss non vuole reinventare il K-drama romantico.
Ci sono cliché.
C’è il CEO.
C’è il triangolo.
Ci sono gelosie, incomprensioni, ex che ritornano proprio quando tutto sembrava finalmente andare bene e decisioni sentimentali che potrebbero probabilmente essere risolte con una conversazione di dieci minuti.
Ma diciamolo: a volte guardiamo una rom-com coreana proprio per questo.
La differenza la fanno i personaggi.
E soprattutto la capacità della serie di utilizzare un’idea molto contemporanea — il rapporto tra fan e idol — senza ridurla esclusivamente a una gag.
Gli ascolti coreani sono rimasti relativamente contenuti: il dodicesimo e ultimo episodio ha registrato una media nazionale del 3,1% secondo Nielsen Korea.
Ma un rating non misura necessariamente la capacità di una storia di parlare al proprio pubblico.
E My Bias, My Boss sa esattamente a chi sta parlando.
A chi ha un bias.
A chi ha conservato photocard come piccoli tesori.
A chi ha fatto ore di fila per un concerto.
A chi sa che dietro la parola “fangirl” o “fanboy” possono esserci anni di ricordi, amicizie, viaggi e momenti bellissimi.
E forse è proprio per questo che la domanda lasciata dal drama funziona così bene.
Immaginate di incontrare davvero il vostro bias.
Non per pochi secondi durante un fansign.
Non da lontano su un palco.
Ma nella vita quotidiana.
Potreste conoscerlo davvero, con i suoi difetti e le sue fragilità.
E proprio mentre il sogno che avete avuto per anni diventa finalmente possibile, compare qualcun altro.
Una persona che non avevate mai immaginato.
Qualcuno che non era sulla vostra lockscreen.
Qualcuno di cui non possedete neppure una photocard.
Ma che, senza che ve ne accorgiate, riesce a farvi battere il cuore più forte.
A quel punto scegliereste ancora il vostro bias?
È questa, molto più del classico “Team Lee Chan o Team Ha Gi?”, la domanda che resta dopo l’ultimo episodio di My Bias, My Boss.
E forse la risposta più bella che il drama ci lascia è anche la più semplice:
a volte il nostro bias ci accompagna per una parte importantissima della vita.
Ma non sempre è lui il protagonista del capitolo successivo.



