Hierarchy: il K-drama dove essere ricchi significa avere il potere, ma non essere liberi

Hierarchy è uno di quei K-drama che all’inizio sembrano raccontare semplicemente la vita di ragazzi bellissimi, ricchissimi e privilegiati, ma dopo pochi episodi si capisce che dietro le uniformi perfette, le feste esclusive e le macchine di lusso c’è qualcosa di molto più complicato. La serie, uscita su Netflix⁠ nel 2024, è composta da sette episodi e ha come protagonisti Roh Jeong-eui, Lee Chae-min e Kim Jae-won, insieme a Ji Hye-won e Lee Won-jung.

La storia è ambientata alla Jooshin High School, una scuola superiore privata frequentata dai figli delle famiglie più potenti della Corea. Qui non conta soltanto essere bravi a scuola. Conta soprattutto chi sono i tuoi genitori, quanto è importante il tuo cognome e quale posizione occupa la tua famiglia nella società. In pratica, esiste una vera gerarchia tra gli studenti e tutti sembrano sapere perfettamente quale posto devono occupare.

Al centro di questo mondo troviamo Jung Jae-i, interpretata da Roh Jeong-eui. È bellissima, elegante, ricchissima ed è una delle ragazze più importanti della scuola. È la figlia maggiore della famiglia proprietaria del Jaeyul Group e tutti la trattano quasi come una regina. Ma Jae-i non è affatto libera come potrebbe sembrare. Dietro il suo carattere freddo nasconde paure, segreti e soprattutto una vita nella quale le decisioni della famiglia pesano tantissimo.

Accanto a lei c’è Kim Ri-an, interpretato da Kim Jae-won. Ri-an è l’erede del Jooshin Group e quindi appartiene praticamente alla famiglia che controlla la scuola. È abituato a essere rispettato e temuto e sa perfettamente quanto potere abbia il suo nome. All’inizio può sembrare il classico ragazzo ricco, arrogante e viziato che abbiamo già visto in tanti drama, ma andando avanti scopriamo un personaggio più fragile di quanto voglia mostrare.

Ed è proprio Ri-an uno dei personaggi che mi ha incuriosito di più.

Kim Jae-won riesce a renderlo antipatico in alcuni momenti e quasi tenero in altri. Ri-an ha praticamente tutto, ma non riesce ad avere davvero la cosa che desidera di più: la sicurezza di essere amato per quello che è e non per il cognome che porta. È geloso, possessivo e spesso sbaglia, però si capisce anche che è cresciuto in un ambiente nel quale il potere è sempre stato il modo più semplice per ottenere qualcosa.

Poi arriva Kang Ha, interpretato da Lee Chae-min, e gli equilibri della Jooshin iniziano a cambiare.

Kang Ha entra nella scuola grazie a una borsa di studio. Sembra allegro, tranquillo e perfino un po’ ingenuo, soprattutto perché continua a sorridere anche quando gli altri cercano di metterlo al suo posto. In realtà ha un motivo molto serio per essere lì: vuole scoprire cosa sia realmente successo a In-han, uno studente borsista morto dopo essere stato investito.

Kang Ha è quindi completamente diverso dagli altri protagonisti. Non appartiene a quel mondo e proprio per questo riesce a vedere cose che gli altri hanno imparato a considerare normali.

Alla Jooshin, infatti, tutti indossano la stessa uniforme, ma non sono affatto uguali.

Ed è probabilmente la cosa più interessante di Hierarchy.

La scuola dovrebbe essere il posto in cui ragazzi della stessa età studiano insieme e vengono giudicati per quello che fanno. Qui, invece, anche tra adolescenti esistono le stesse divisioni della società degli adulti. Gli studenti più ricchi possono permettersi comportamenti che agli altri non sarebbero mai perdonati, mentre i ragazzi entrati con una borsa di studio vengono considerati quasi degli ospiti che devono ricordarsi continuamente di non appartenere veramente a quel mondo.

Il titolo Hierarchy, cioè “gerarchia”, non poteva quindi essere più adatto.

Non parla soltanto di chi è più ricco. Parla di chi può decidere e chi deve obbedire, di chi può commettere un errore senza conseguenze e di chi invece rischia di pagare anche per gli errori degli altri.

Naturalmente c’è anche il romance.

Il rapporto tra Jae-i e Ri-an è complicato fin dall’inizio e l’arrivo di Kang Ha rende tutto ancora più difficile. Si crea così un triangolo sentimentale che però non riguarda soltanto l’amore. Kang Ha entra letteralmente in uno spazio che fino a quel momento era riservato ai ragazzi dell’élite. Avvicinarsi a Jae-i significa quindi sfidare Ri-an, ma anche rompere una delle regole non scritte della scuola.

E Jae-i è probabilmente il personaggio che dimostra meglio una cosa: avere tutti i privilegi del mondo non significa necessariamente essere felici.

Lei può comprare praticamente qualsiasi cosa, ma non può scegliere liberamente la propria vita. Le aspettative della famiglia, il suo cognome e i segreti che deve proteggere diventano una specie di gabbia dorata.

Visivamente Hierarchy è bellissimo. Tutto sembra perfetto: la scuola, le uniformi, le case, le feste, i vestiti e persino il modo in cui vengono presentati i protagonisti. È quel tipo di K-drama che ti fa fermare continuamente a guardare gli outfit o gli ambienti.

Ma proprio questa perfezione crea un contrasto interessante.

Più tutto appare bello all’esterno, più scopriamo quanto sia brutto quello che può nascondersi dietro.

Bullismo, ricatti, differenze sociali, famiglie troppo potenti, adulti che proteggono i propri interessi e ragazzi che devono convivere con problemi enormi quando dovrebbero semplicemente preoccuparsi della scuola, degli amici e del primo amore.

Tra i protagonisti ho trovato molto interessante anche il fatto che nessuno sia completamente buono o completamente cattivo. Alcuni comportamenti sono sicuramente difficili da giustificare, ma andando avanti scopriamo perché i personaggi sono diventati così.

Ed è una cosa che nei K-drama mi piace molto: quando un personaggio che all’inizio detesti improvvisamente ti costringe almeno a provare a capirlo.

Anche Yoon He-ra, interpretata da Ji Hye-won, e Lee Woo-jin, interpretato da Lee Won-jung, aiutano a rendere più interessante questo piccolo mondo di ragazzi privilegiati. Ognuno ha qualcosa da proteggere e praticamente tutti nascondono qualcosa.

Hierarchy però non è un drama perfetto.

Avendo soltanto sette episodi, alcune storie sembrano andare troppo velocemente. Ci sono personaggi e rapporti che avrei voluto conoscere meglio e alcuni temi importanti avrebbero meritato più spazio. A volte sembra quasi che la serie voglia raccontare troppe cose contemporaneamente: il mistero, il romance, la vendetta, il bullismo, le famiglie, la differenza tra ricchi e poveri.

Nonostante questo, è molto facile continuare a guardarlo.

Gli episodi finiscono lasciando quasi sempre qualcosa da scoprire e soprattutto viene voglia di capire fino a che punto Kang Ha riuscirà a mettere in crisi un sistema che sembrava intoccabile.

Ma la cosa che mi è rimasta di più dopo aver visto Hierarchy non riguarda il mistero.

Riguarda i ragazzi.

Sono adolescenti che sembrano avere una vita da sogno, ma molti di loro stanno semplicemente vivendo il futuro che le loro famiglie hanno già scelto. Hanno soldi, privilegi e possibilità che la maggior parte delle persone non avrà mai, ma devono continuamente essere all’altezza del proprio cognome.

E allora viene spontanea una domanda: se tutti decidono chi devi essere prima ancora che tu possa scoprirlo da solo, quanto vale davvero essere al primo posto della gerarchia?

Forse è proprio questo il lato più interessante di Hierarchy.

Kang Ha entra alla Jooshin cercando la verità. Jae-i cerca il coraggio di scegliere per se stessa. Ri-an deve capire che non tutto può essere controllato attraverso il potere.

E alla fine quella scuola perfetta, piena di ragazzi apparentemente perfetti, comincia a mostrare tutte le sue crepe.

Perché puoi essere l’erede di una delle famiglie più potenti della Corea, frequentare la scuola più esclusiva, avere vestiti, automobili e case incredibili.

Ma avere tutto non significa necessariamente essere liberi.

E forse, in Hierarchy, sono proprio i ragazzi che sembrano avere tutto quelli che devono ancora capire cosa significhi davvero scegliere la propria vita.