La mostra dedicata a Katsushika Hokusai presso Palazzo Bonaparte si impone come una delle più rilevanti occasioni espositive recenti per la rilettura critica dell’arte giapponese in ambito europeo, non tanto per la quantità o notorietà delle opere presentate, quanto per la capacità di ricostruire la complessità interna del linguaggio hokusiano, sottraendolo definitivamente alla riduzione iconica cui la fortuna occidentale lo ha a lungo confinato. In questo contesto, l’artista emerge non come autore di immagini isolate, ma come sistema in continua trasformazione, attraversato da tensioni formali e concettuali che interrogano il rapporto tra visione, natura e rappresentazione. La celebre serie delle Trentasei vedute del Monte Fuji costituisce l’asse portante del percorso, ma la sua funzione non è meramente celebrativa: opere come il cosiddetto “Fuji rosso” (Fine Wind, Clear Morning) rivelano una concezione del paesaggio come costruzione mentale prima ancora che il fenomeno naturale, in cui la montagna non è oggetto di contemplazione, bensì principio ordinatore dell’immagine, presenza costante che struttura la variabilità atmosferica senza esserne alterata. In altre stampe, come Ejiri in Suruga Province, il paesaggio si dissolve in evento, e il vento, invisibile per definizione, diventa percepibile attraverso gli effetti che produce sui corpi e sugli oggetti, introducendo una dimensione temporale che rompe la fissità della rappresentazione e trasforma l’immagine in frammento di durata. Tale attenzione al movimento trova un corrispettivo teorico nelle serie dedicate all’acqua, in particolare nelle vedute di cascate, dove il flusso liquido viene tradotto in un sistema di segni ritmici e modulati che non descrivono il reale, ma lo interpretano, trasformando la natura in struttura visiva. L’acqua, nelle mani di Hokusai, diventa così una grammatica, un principio generativo che attraversa onde, piogge e correnti, rivelando una concezione dinamica del mondo, in cui ogni forma è instabile e continuamente ridefinita. A questa dimensione analitica si affianca quella enciclopedica degli Hokusai Manga, presenti in mostra come testimonianza diretta del processo creativo dell’artista: lungi dall’essere semplici raccolte di schizzi, essi costituiscono un archivio visivo aperto, in cui la realtà viene scomposta in una molteplicità di frammenti, figure, animali, gesti, architetture che possono essere ricombinati all’infinito, rivelando una concezione della conoscenza basata sulla variazione e sulla ripetizione. In questo senso, i Manga rappresentano il laboratorio teorico di Hokusai, il luogo in cui l’immagine non è mai definitiva, ma sempre in potenza. All’interno di questo percorso, l’installazione video immersiva con specchi assume un ruolo di particolare rilievo, configurandosi non come elemento accessorio, ma come dispositivo critico capace di tradurre in esperienza contemporanea i principi strutturali dell’estetica hokusiana. Attraverso la moltiplicazione riflettente delle superfici e la proiezione dinamica delle immagini, lo spazio espositivo viene trasformato in un ambiente instabile, privo di un punto di vista privilegiato, in cui il visitatore è coinvolto in un sistema di rimandi visivi che ne frammenta la percezione. Lo specchio, in questo contesto, non è semplice strumento scenografico, ma elemento teorico che mette in crisi l’idea stessa di immagine come superficie unitaria, restituendola come campo di forze in continua espansione. Le forme hokusiane, onde, linee, profili, perdono la loro fissità per diventare flusso luminoso, reiterazione, eco visiva, in una condizione che riflette pienamente la logica dell’ukiyo-e, inteso non come rappresentazione del mondo fluttuante, ma come pratica stessa del fluttuare. Ne deriva una significativa continuità tra opera storica e interpretazione contemporanea: l’installazione non attualizza Hokusai, ma ne rende evidente la radicale modernità, mostrando come la sua ricerca abbia già anticipato questioni centrali della cultura visiva contemporanea, dalla perdita di centralità dello sguardo alla moltiplicazione dei punti di vista, fino alla concezione dell’immagine come processo piuttosto che come oggetto. In definitiva, la mostra di Palazzo Bonaparte restituisce un Hokusai complesso e profondamente teorico, la cui opera si configura come un’indagine incessante sulle possibilità del visibile, invitando lo spettatore a confrontarsi con una visione del mondo in cui nulla è stabile e ogni forma è il risultato di una tensione tra permanenza e mutamento.
Hokusai a Roma: forma e dissoluzione dell’immagine nel segno del mondo fluttuante



