L’Asian Film Festival Rome è uno dei principali appuntamenti italiani dedicati al cinema asiatico contemporaneo, si svolge ogni anno a Roma, quest’anno dal 7 Aprile al 15 Aprile e propone una selezione che attraversa Corea, Giappone, Cina, Hong Kong, Taiwan e il Sud-Est asiatico, alternando anteprime europee, concorsi e retrospettive, mentre l’apertura viene spesso affidata a un film di forte impatto ma non necessariamente mainstream, privilegiando opere d’autore o titoli già riconosciuti nei principali festival asiatici.
L’apertura prende forma con “Girl“, film taiwanese scritto e diretto da Shu Qi, e fin dai primi minuti è chiaro che non si tratta di una scelta neutra ma di una dichiarazione precisa. La regia è essenziale, quasi trattenuta, costruita più sui vuoti che sulle spiegazioni, e proprio in questo spazio lascia emergere una materia narrativa ruvida, concreta, mai addolcita. La storia non cerca scorciatoie emotive, non semplifica, non protegge: espone.
Espone i corpi, i silenzi, le fragilità.
Espone una realtà che non ha bisogno di essere amplificata perché è già sufficiente così com’è.
Il tono è diretto, a tratti duro, ma sempre controllato. Non c’è compiacimento nel dolore, ma una scelta precisa di restituirlo nella sua forma più autentica, senza estetizzarlo. È qui che il film trova la sua forza: in un realismo che non è solo visivo, ma emotivo. Ogni scena sembra sottrarre invece che aggiungere, ogni passaggio elimina il superfluo, fino a lasciare solo ciò che conta davvero. In questo equilibrio sottile tra rigore e sensibilità, emerge una visione autoriale solida, consapevole, capace di costruire un racconto che non si limita a essere visto, ma rimane.
Scegliere Girl per l’apertura significa posizionarsi in modo chiaro: non offrire un ingresso facile, ma un ingresso necessario.
Emozionante, crudo, quasi insensibile nel suo modo di restare fedele alla realtà, Girl di Shu Qi riporta lo sguardo indietro, nel 1988, in un tempo in cui la struttura sociale non lasciava margini e la condizione femminile era ancora intrappolata in un patriarcato rigido, soffocante, che non concedeva alternative ma solo resistenza.
Non c’è alcuna nostalgia, c’è solo esposizione.
Al centro, una madre.
Non idealizzata, non addolcita. Dura, essenziale, a tratti persino spietata nello sguardo verso la figlia maggiore. Ma quella durezza non è distanza: è sopravvivenza. È l’unico linguaggio che conosce per prepararla a un mondo che non perdona. E poi c’è un gesto, quello decisivo. Separarla da sé. Un atto che non ha nulla di romantico, ma tutto di necessario, come strappare qualcuno da un luogo che non offre via d’uscita, come tirarla fuori da una profondità che non lascia respirare. Non per amore dichiarato, ma per evitare che quella stessa vita si ripeta, identica, senza scarto.
Accanto, la figura del padre.
Violento, assente anche quando è presente, consumato dall’alcol. Una presenza che non costruisce, ma disgrega. E dentro questo spazio cresce Hsiao-lee.
L’unico raggio di luce arriva attraverso Li-li.
Non è una presenza salvifica, non cambia le cose, ma le sposta appena. È un respiro, breve ma necessario. Con lei, Hsiao-lee non deve difendersi, non deve anticipare la paura. Può esistere senza tensione, anche solo per pochi istanti. Li-li diventa qualcosa di più di un’amica: è una proiezione, una zona interna che prende forma fuori.
Dove la madre trattiene, lei lascia andare.
Dove la madre irrigidisce, lei alleggerisce.
Non copre il dolore, ma lo devia, non lo risolve ma lo rende attraversabile.
In questo senso, Li-li sembra muoversi come un riflesso dell’inconscio di Hsiao-lee: assorbe ciò che non può essere detto, traduce ciò che non ha ancora un linguaggio. È il punto in cui la pressione si abbassa, anche solo per un attimo ma resta fragile.
E’ il finale, la chiave del comportamento duro della madre, non aggiungo altro perchè è un film che vale la pena vedere e comprendere.






