Tra silenzi e visioni: i vincitori che hanno incantato Roma all’Asian Film Festival 2026

Dal 7 al 15 aprile 2026, il Cinema Farnese si è trasformato in una finestra aperta sull’Asia, accogliendo la ventitreesima edizione dell’Asian Film Festival Rome 2026. Non solo una rassegna, ma un attraversamento: trentasei film, dodici Paesi, infinite traiettorie umane che si sono intrecciate sullo schermo, restituendo uno sguardo vivo, pulsante, sull’Estremo Oriente contemporaneo.

In questo spazio sospeso tra immagini e silenzi, i premi non sono sembrati semplici riconoscimenti, ma punti di approdo di storie che hanno saputo lasciare un segno.

A emergere su tutti è stato Girl, esordio alla regia di Shu Qi, che ha conquistato il premio come miglior film. Un’opera a cui noi di Amor-K abbiamo scelto di dedicare il primo sguardo del festival, riconoscendone fin da subito la forza e l’eccellenza: non solo nella regia, ma nella costruzione visiva complessiva, tra location evocative, interpretazioni intense e un lavoro sui costumi capace di restituire identità e tempo.

È un film che non si limita a raccontare la Taiwan di fine anni Ottanta, ma la respira, la lascia emergere lentamente, trasformando tempo e spazio in presenze vive, quasi tangibili. Qui la storia non resta sullo sfondo: osserva, accompagna e, con discrezione, guida lo spettatore dentro un’esperienza che si fa memoria, atmosfera, percezione.

Diversa, ma altrettanto potente, la visione di Ryan Machado, premiato per la miglior regia con Raging. Il suo cinema si muove come una corrente irregolare, capace di attraversare territori fisici e interiori, spingendosi fino a toccare quelle zone dell’animo che spesso restano in ombra. È un racconto che non chiede permesso, ma travolge.

Tra i volti che più hanno saputo restare impressi, quello di Prapamonton Eiamchan in Human Resource. La sua interpretazione, premiata come miglior attrice, è fatta di sottrazione: pochi gesti, sguardi trattenuti, una presenza che non urla ma pesa. Dentro quel silenzio si depositano temi duri come il lavoro, il corpo, il potere, raccontati con una forza che non ha bisogno di parole.

Accanto a lei, Piseth Chhun, miglior attore per Becoming Human, costruisce una performance che sembra abitare una dimensione altra. Il suo corpo diventa linguaggio, ponte tra realtà e metafora, tra individuo e trasformazione collettiva. È come se lo schermo si aprisse, lasciando spazio a qualcosa di più profondo, quasi invisibile.

L’originalità, invece, ha scelto di non avere una sola voce. Two Voices into an Echo di Kim Kyung-rae e Siapa Dia di Garin Nugroho condividono il riconoscimento come due poli opposti e complementari. Il primo è intimo, rarefatto, costruito su ciò che resta quando l’amore si dissolve; il secondo è un flusso visivo, teatrale, quasi musicale, dove il cinema si fa corpo e politica, danza e riflessione.

Uno sguardo diverso, più giovane, arriva dalla menzione speciale degli studenti UNINT, che hanno scelto Love on Trial di Fukada Koji. Un film che scava nelle contraddizioni del mondo idol, dove l’amore diventa regola da infrangere o rispettare, e l’identità si costruisce nel fragile equilibrio tra autenticità e sistema.

La sezione Newcomers, invece, si muove tra memoria e perdita con Falling into Silence di Yuto Shimizu. Qui il lutto non è solo dolore, ma trasformazione: i fuochi d’artificio diventano immagini effimere e luminose, simboli di una catarsi che arriva, improvvisa, nel momento in cui meno la si aspetta.

Infine, nella forma breve ma intensa del cortometraggio, Something Blue di Jinsui Song lascia un’impronta visiva ed emotiva difficile da ignorare. Un racconto che si muove tra trauma e percezione, dove il suono e l’immagine si intrecciano fino a diventare esperienza.

Così si chiude questa edizione dell’Asian Film Festival: non con una fine, ma con una traccia. Una costellazione di storie che continuano a vibrare oltre lo schermo, ricordando che il cinema, quando è autentico, non si limita a mostrarsi ma a restare indelebili nella nostra memoria come esperienza unica ed innovativa.