In conversation con il regista Koji Fukada nel delicato equilibrio tra amore e giudizio sul cinema come spazio di verità

In occasione dell’Asian Film Festival di Roma, abbiamo avuto il piacere di incontrare Kōji Fukada, uno degli autori più sensibili e rigorosi del cinema contemporaneo giapponese. Con il suo film Love on Trial, premiato all’Asian Film Festival con la Menzione Speciale della Giuria Studenti UNINT (Università degli Studi Internazionali di Roma), il regista Kōji Fukada affronta con lucidità e profondità temi complessi come l’amore, il controllo e il giudizio sociale, inserendoli in una narrazione che riflette sulle dinamiche spesso invisibili dell’industria dell’intrattenimento.

Durante questa intervista, Fukada ci ha guidato all’interno del processo creativo che ha dato forma al film, condividendo il suo punto di vista sulla libertà individuale, sui limiti imposti dai sistemi e sul ruolo del cinema come strumento di osservazione critica della realtà contemporanea.

Buongiorno Mr. Fukada. innanzitutto desideriamo ringraziarla per la sua disponibilità ad essere stato intervistato dagli studenti del Liceo Tito Lucrezio Caro, i nostri studenti, sono rimasti profondamente entusiasti della sua gentilezza e della sua professionalità.

Recenti notizie riportano che gli artisti J-pop spesso firmano contratti che includono clausole di “divieto di relazione”. Love on Trial esplora l’amore all’interno di un contesto di giudizio e regolamentazione: come è nata questa idea? Si tratta di una coincidenza narrativa o si è ispirato direttamente a questo fenomeno reale?

L’idea è nata dopo aver letto un articolo di giornale che raccontava la vicenda di un’idol J-pop denunciata dalla sua agenzia per aver violato la clausola “no love”, colpevole di essersi innamorata di un fan. Questa storia mi ha profondamente colpito, perché riflette un fenomeno ancora molto diffuso nell’industria J-pop. Proprio da questa suggestione è nata l’esigenza di raccontare una storia analoga, capace di esplorare le dinamiche, spesso invisibili, che regolano la vita privata e pubblica degli artisti.

La Scena in cui l’attore è sospeso in aria da un filo è bellissima. Che tipo di effetti speciali avete utilizzato per rendere così magico quel momento?

Più che ricorrere agli effetti speciali, ho voluto rendere quel momento profondamente significativo, evidenziando il diverso status dei due protagonisti. Da un lato, l’idol J-pop, priva di libertà e vincolata da contratti restrittivi che determinano ogni aspetto della sua vita; dall’altro, un artista di strada, libero di scegliere il proprio percorso. Ho scelto questa figura proprio perché rappresenta, per sua natura, l’emblema della libertà e dell’indipendenza, sia morale che artistica.

Quanta libertà creativa lascia i suoi attori nella costruzione dei loro personaggi?

Quando dirigo un film, cerco sempre di costruire una forte sintonia professionale con gli attori, condividendo insieme a loro il modo in cui muoversi e interpretare le scene. Per me la libertà è un valore fondamentale: un artista riesce a esprimersi al meglio quando può mantenere la propria naturalezza, pur restando guidato all’interno di una visione registica precisa.

Abbiamo notato che nei suoi film ricopre spesso più ruoli oltre a quello di regista : produttore, sceneggiatore, scenografo. Come riesce a gestire tutto questo mantenendo coerenza e qualità, e quanto è importante per lei il confronto con altri professionisti?

Preferisco gestire personalmente la costruzione di un film, perché confrontarsi con troppe voci spesso non è positivo e rischia di allontanarmi dalla visione e dagli obiettivi che voglio raggiungere.

C’è un regista italiano che ha influenzato o ispirato il suo modo di lavorare? E, se sì, per quale motivo in particolare?

Amo profondamente Federico Fellini, tanto che mi sono ispirato alla figura dell’artista di strada presente nel film Le notti di Cabiria. Questa scelta nasce dal fatto che considero gli artisti di strada tra le persone più libere al mondo: incarnano una libertà autentica, sia umana che artistica. Avevo bisogno di una figura che rappresentasse questo ideale all’interno di Love on Trial, e il riferimento a Fellini è stato per me naturale e profondamente significativo. C’è un attore italiano in particolare con cui mi piacerebbe lavorare: Nanni Moretti. Lo considero un artista unico, capace di unire profondità, ironia e uno sguardo estremamente personale sul mondo. Nei suoi film riesce a trasmettere emozioni autentiche, mantenendo sempre una forte identità autoriale. Penso che la sua sensibilità e il suo modo di stare in scena, così naturale e al tempo stesso carico di significato, si sposerebbero perfettamente con il tipo di cinema che cerco di realizzare.

Se dovesse racchiudere Love on Trial in una unica domanda per il suo pubblico quale sarebbe?

Più che dare una risposta, mi piacerebbe che fossi io a porre la domanda al pubblico: al posto dell’idol J-pop, cosa fareste voi?

Grazie Mr.Fukada Koji