BTS, Arirang Tour: quando un concerto diventa un’esperienza collettiva

Ci sono momenti che si aspettano per una vita. E poi ci sono momenti che, pur durando una vita nella memoria, si consumano così in fretta da lasciare il dubbio di averli soltanto sognati.

Assistere dal vivo a una performance dei BTS è molto distante dai concerti che frequento abitualmente, prevalentemente rock, dicasi Linkin Park. Non è soltanto una differenza di genere musicale. Cambia il modo in cui lo spazio viene costruito, il rapporto con il pubblico, persino il significato stesso dell’evento.

L’organizzazione scenica dell’Arirang Tour è pensata per essere osservata dalla giusta distanza. Per comprenderlo davvero bisogna rinunciare all’idea di inseguire il singolo dettaglio e lasciare che sia l’insieme a parlare. È una regia che chiede uno sguardo olistico, perché ciò che il tour mette in scena è prima di tutto la coreanità: una narrazione collettiva fatta di musica, danza, tradizione e contemporaneità.

La distanza tra palco e pubblico viene continuamente ricucita dalle incursioni individuali sulle pedane laterali e soprattutto dal lungo corteo che attraversa lo stadio, teatro di siparietti già entrati nella mitologia del fandom. È un percorso quasi regale, che richiama lo status dei BTS come “re” del K-pop, senza mai perdere quella spontaneità che rende ogni gesto autentico.

Le istruzioni per vivere il concerto, in realtà, sono chiare fin dall’inizio. Durante l’attesa scorrono sui maxischermi gli inviti rivolti al pubblico: cantare, partecipare, diventare parte dello spettacolo. Durante “Body to Body” l’intero stadio è chiamato a intonare Arirang, il canto popolare coreano per eccellenza, simbolo di nostalgia, resistenza e appartenenza. È un gesto potentissimo: migliaia di persone provenienti da culture e lingue diverse incorporano, anche solo per qualche minuto, uno spirito collettivo che supera qualsiasi barriera. Proprio come “Arirang” è stata la prima canzone coreana a essere registrata all’estero, negli USA, e che, ancora prima, aiutava il popolo a farsi forza durante la colonizzazione giapponese.

“Body to Body” contiene anche un piccolo manifesto della fruizione del concerto contemporaneo. Quando il testo recita “I need the whole stadium to jump. Put your phone down, let’s get all the fun. You at the side, at the back, at the front”, il messaggio è inequivocabile: vivi questo momento attraverso i tuoi occhi, non attraverso lo schermo di uno smartphone.

Ho deciso di provarci, ed è stata probabilmente la scelta migliore della serata. La continua ridefinizione dello spazio scenico, i sette membri che cambiano incessantemente posizione, le coreografie costruite per essere lette nel loro insieme rendono qualsiasi video inevitabilmente incompleto. Registrare significa conservare appena un frammento della performance; viverla significa coglierne il senso.

Anche i BTS sembrano premiare questa forma di partecipazione. Gli sguardi, i sorrisi, le interazioni sono quasi sempre rivolti a chi canta, balla e si lascia coinvolgere senza preoccuparsi di documentare tutto. Per qualche ora il pubblico smette di guardare e diventa parte integrante dello spettacolo.

La Brussels Army, in questo, è stata semplicemente straordinaria. Ha ricoperto il ruolo dell’ottava componente del gruppo, cantando con una forza impressionante, direi “Louder Than Bombs”. Durante il talk finale Kim Taehyung ha confessato di non essere riuscito a trattenere le risate dalla gioia sentendo l’energia del pubblico. Suga, invece, con la naturalezza che lo contraddistingue, ha trovato persino il tempo di chiedere il risultato del Belgio ai Mondiali. Il carisma impregna l’atmosfera come una corrente invisibile. Kim Namjoon domina la scena con una presenza quasi ieratica: anche dalla distanza il suo sguardo sembra attraversare lo stadio fino a incontrare quello di ogni Army, mentre un cenno di approvazione rivolto a chi sceglie di vivere il concerto senza lo schermo di un cellulare ripaga, da solo, le otto ore di attesa.

Jimin sembra invece appartenere a un’altra materia. Ogni sorriso coinvolge l’intero volto e si propaga nello stadio con un’intensità che supera perfino le lingue di fuoco delle scenografie. È una leggerezza che non ha nulla di fragile, ma tutto della grazia.

Jungkook gioca costantemente con il pubblico. Quell’atteggiamento da eterno adolescente, sospeso fra sicurezza e ironia, alimenta quell’aura da “malessere” scherzosamente evocata dal fandom e spiega perché basta un suo minimo gesto per far capitolare migliaia di cuori.

J-Hope è un esempio di professionalità e competenza nella gestione del palco, una gioia condensata in un corpo umano. Ogni movimento è preciso, naturale, e rivela una rara abilità nel ballo che cattura lo sguardo e trascina l’energia dell’intero stadio.

E poi c’è Jin. La telecamera sembra averlo sempre amato, ma dal vivo si comprende il perché: appare impeccabile da qualsiasi prospettiva, con una bellezza quasi irreale, stemperata però da un’espressione spontanea, ingenua e sorprendentemente tenera.

Mentre sopra lo Stade Roi-Bauduin brillava una gigantesca luna gibbosa calante, è sembrato per un istante che tutto fosse perfettamente al suo posto. Sette ragazzi arrivati dalla Corea del Sud, decine di migliaia di persone provenienti da ogni parte del mondo e un sogno condiviso che, almeno per una sera, è diventato realtà.

(Credits: Flaminia Di Paolo)